“INCONTRO CON L’AUTORE”

 

INTERVISTA A GIANNI D’ANDREA

di

Gianluca Miligi e Riccardo Zavatta


Gianni D’Andrea, scrittore, è nato nel 1938 a Roma, dove si è laureato in Storia romana con S. Mazzarino con una tesi sul Basso Impero. Ha insegnato Storia dell’arte e Restauro del dipinto presso la Scuola di “Arti Ornamentali” del Comune di Roma, di cui ha avuto anche la Direzione; ha curato mostre e pubblicato studi di storia, di storia dell’arte e di bibliologia.
Tra le sue attività, quella di pittore e di scrittore; ha pubblicato due romanzi, Il tesoro di Farfa (1998) e La maledizione di rabbi Herrera (2004).


1. D’Andrea, come ha intrapreso la strada della narrativa?

Naturalmente ho fatto altre cose prima di tentare la strada della narrativa, tentare per mio gusto perché non lo faccio in quanto spero di diventare un autore conclamato, anche perché per diventarlo bisognerebbe cominciare almeno a 25-30 anni, per poi raccogliere i frutti più tardi. Io ho ormai un’età in cui la raccolta dei frutti o è immediata o non c’è più. E non l’ho fatto nemmeno per la speranza di guadagno, quanto piuttosto perché mi piaceva scrivere e raccontare delle storie, anche se prima avevo già scritto parecchie altre cose, di altri argomenti: ho peraltro collaborato a riviste, ho scritto dei testi di presentazione di mostre d’arte, di bibliologia.
Credo inoltre di far parte di una di quelle ristrette cerchie di persone che sanno lavorare sugli incunaboli, cioè sui primi libri stampati: in questo campo ho anche pubblicato un catalogo, quando lavoravo presso un biblioteca.
Direi che di queste esperienze mi sono anche in parte servito soprattutto nel mio ultimo, che poi è anche il secondo, romanzo, La maledizione di rabbi Herrera, di cui parlerò in seguito.

2. Lei si è occupato di libri antichi: come è cambiata la fattura del libro nel corso dei secoli?

Quello che è abbastanza preoccupante e fastidioso è pensare, almeno a quanto mi dicono, che le cose stampate sulla carta e con gli inchiostri attuali – che si usano oggi abitualmente in edizioni di medio costo - tra trenta, quarant’anni saranno illeggibili. Spero che così non sia. Di solito l’interno dei libri, al riparo dalla luce, si mantiene abbastanza protetto da sé stesso; questo ci spiega anche perché noi riusciamo ancora a godere dei libri miniati del VII, dell’VIII secolo, come le splendide miniature fatte dai monaci nei conventi irlandesi. Ancora oggi, dopo 1.200-1.300, anni possiamo infatti apprezzare i loro colori: probabilmente erano pigmenti naturali, estratti da rocce, perché la polvere è una roccia: avendo avuto quel colore da ere geologiche è alquanto improbabile che poi cambi; questo vale anche per l’oro che, naturalmente, non si ossida. Ma soprattutto i colori di origine vegetale – anche se la maggior parte erano di origine minerale –, al riparo dalla luce e anche dall’aria, si sono ben conservati, anche se più delicati.
Non sappiamo invece quanto dureranno i libri attuali. Certo qualsiasi opera dell’uomo non è eterna. Quando uno pensa ai grandi capolavori, ad esempio La Gioconda, dobbiamo presumere che tra 50.000 anni, ma potrei dire anche 5.000 anni, che è comunque un numero alto, se esisterà ancora il genere umano, questi capolavori saranno destinati, come materiale, a sgretolarsi: non c’è nulla che possa resistere all’infinito, all’erosione del tempo.

3. Si è ispirato a qualche modello o autore nel Suo stile di scrittura? E quali pensa debbano essere le caratteristiche di un “buon” romanzo?

Soprattutto ho tenuto presenti due autori, che pure sono lontanissimi da me, sia per la loro grandezza che per il modo in cui scrivono: uno è Hemingway – naturalmente leggendo le mie cose non c’è nulla di Hemingway, non c’è nessuna parentela, nemmeno vaga –, il quale però ha detto una cosa importante: “Scrivi di ciò che conosci bene”. È per questo che nei miei due romanzi ci sono pittori, restauratori, ricercatori di biblioteca, perché queste attività le ho esercitate nella mia vita, e quindi ne parlo con estrema tranquillità, voglio dire anche con un po’ di competenza, e sono estremamente rilassato in quello che scrivo perché so che parlo di cose reali.
Per quanto riguarda il fatto che i miei due romanzi sono tutti e due contenuti entro le 200 pagine, devo dire che sono convinto della validità di una dichiarazione, di un modo di pensare di Edgar Allan Poe, secondo il quale il racconto, la Novel, deve essere bruciato quasi tutto di un fiato per mantenere sveglia l’attenzione del lettore. Con i libri da 800-1.000 pagine, che scrivono oggi autori anche piacevoli, come Stephen King, invece la tensione si perde e per la verità si perdono un po’ anche loro, e ci si rende conto che, arrivati verso la fine, non sanno come concludere.

4. Ci può illustrare il Suo primo romanzo, Il tesoro di Farfa, con riferimento alla storia vera che vi è in esso contenuta?

Riguardo quel mio libro, che ormai ha qualche anno – è stato pubblicato nel 1998 – vorrei soltanto accennare che deriva da esperienze reali, di vita vissuta, nel senso che l’ambiente, e cioè un monastero antichissimo come quello di Farfa, non c’è per pretesto o per caso: io ho vissuto per un certo numero di anni con la comunità di monaci benedettini, sia pure da laico, perché ero incaricato della biblioteca, una biblioteca particolare in quanto annessa a un monumento nazionale. Quindi, avendo scoperto, leggendo le cronache di Farfa, che una volta era effettivamente esistito un tesoro, mi è venuto in mente di crearci intorno una storia.
La storia del tesoro è molto breve: in un antica cronaca farfense, come detto, troviamo ricordato che dopo sette anni di assedio [alla fine del IX sec.] dei Saraceni all’Abbazia – era un’Abbazia fortificata, che aveva la fortuna di avere un suo acquedotto interno, altrimenti non ce l’avrebbero fatta a resistere – dopo sette anni di assedio, una notte i monaci radunarono tutti i tesori, preziosissimi, che possedevano. Questi tesori, tra cui il più importante era un cofanetto d’oro e pietre preziose regalato da Carlo Magno all’Abbazia – a suo tempo Farfa fu Abbazia imperiale, quindi un “feudo” imperiale a stretto contatto con il Regno della Chiesa –, vennero divisi in tre parti: tre drappelli di monaci si dispersero poi nella notte in tre direzioni diverse, uno verso Roma, uno verso le Marche, uno verso Rieti. Ma al momento in cui stavano riponendo questi beni si accorsero che le pietre che formavano il ciborio non sarebbero riusciti a portarle via. Parliamo in questo caso di pietre preziose, di lapislazzuli, di onici e cose di questo genere – i lapislazzuli anche oggi sono pagati a peso d’oro: tanti grammi di lapislazzuli, tanti grammi di oro – oltre ai libri antichi, con preziosissime rilegature, ai calici, alle pissidi , a tutto quello che poteva essere l’oro all’interno di una chiesa e oltre, torno a dire, il famoso cofanetto di Carlo Magno: non essendo in grado di portare tutto questo peso, una parte del tesoro fu nascosta.
Questa storia è stata poi trasmessa attraverso i secoli anche agli abitanti di quella zona della Sabina, per cui ci sono stati cercatori del tesoro in tutti i secoli, anche in tempi abbastanza recenti, mi raccontavano i contadini che abitano nella zona: il tesoro, però, non è stato mai trovato. Ecco, da queste vicende mi nacque l’idea di fare un racconto sulla storia del tesoro, che naturalmente poi viene trovato dal protagonista, ma nessuno mai saprà dov’è realmente collocato.

5. Parliamo del suo ultimo e recente romanzo, dal titolo enigmatico: La maledizione di rabbi Herrera.

L’anno scorso, nel 2004, ho pubblicato questo mio secondo romanzo, La maledizione di rabbi Herrera , che in un primo momento come titolo provvisorio aveva Il quarto ritratto: naturalmente chi lo leggerà capirà perché c’era questo titolo. In realtà si tratta della storia di un restauratore: ci sono anche elementi autobiografici, perché io sono stato restauratore e docente di restauro del dipinto presso la Scuola di “Arti Ornamentali” del Comune di Roma, della quale per un periodo ebbi anche la direzione. Questo restauratore viene chiamato in un antico palazzo baronale, per altri motivi, e viene casualmente a trovarsi davanti ad un quadro: ha la sensazione che proprio questo dipinto, questo “oggetto”, lo avesse attirato in quel luogo. Grazie alle sue conoscenze tecniche, scopre, dallo spessore dello strato pittorico, che questo quadro dev’essere stato ridipinto. La sua tentazione è forte perché dopo il primo ritratto - con l’uso di solventi toglie questa pittura - scopre al di sotto un altro ritratto, e questa storia va avanti per quattro volte finché giunge a quello che dev’essere il primo della serie.
Questa serie è cominciata nel Cinquecento; ne deriva poi la curiosità e l’ansia, da parte del protagonista, di riuscire a capire per quale motivo ci sono questo quattro ritratti uno sopra all’altro e per quale motivo – cosa che gli si palesa poi con le sue ricerche – questi quattro personaggi sono tutti morti in situazioni drammatiche, di morte violenta.
Naturalmente non posso andare oltre nello spiegare qual è il fil rouge che lega queste quattro vite estranee l’una all’altra, anche perché si tratta di personaggi vissuti in periodi lontani tra di loro: il primo, che sarebbe poi l’ultimo in ordine di tempo di esecuzione, è l’istitutore privato di una casata romana, nobile e molto famosa, che sono gli Orsini; sotto il ritratto di questo aio, di questo istitutore, il protagonista trova il ritratto di una bellissima attrice della commedia dell’arte; al di sotto ancora, il ritratto di una badessa e alla fine l’ultimo, che è effettivamente del Cinquecento, che corrisponde a quella che l’esperienza del restauratore dice essere dell’epoca del manufatto, cioè del telaio, della tela, eccetera: il ritratto di un condottiero, di un militare, appartenente ad una famiglia storica romana.

6. Quali sono i Suoi progetti per il futuro?

Per il futuro ho già pronto un altro romanzo breve, che è già finito ma non l’ ho ancora spedito a nessun editore per la lettura. Ho qualche altra cosa che sto scrivendo, ed è un soggetto che parla ancora di pittori e di pittura, perché naturalmente è lì che vado a cadere, dato che la pittura è stato l’interesse di tutta la mia vita.
Questo romanzo presenterà – posso soltanto dire il concetto, chiaramente, perché la trama, quello che oggi si chiama il plot, non l’ho ancora esplorata a sufficienza –, esporrà un paradosso: normalmente si parla di pittori veri e di quadri falsi; in questo mio libro si parlerà invece di quadri veri e di pittore falso…e non vi posso dire altro.

 

Roma, 14 Marzo  2005

 

 

Gianni D'Andrea

 

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"La maledizione di rabbi Herrera" edizioni Guida, Napoli 2004

 

 

 

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