GLI OBELISCHI EGIZI DI ROMA

di Gianni D'ANDREA

 

I.

 

Con tredici obelischi egizi, eretti in genere nelle sue piazze più belle, Roma è la città che più ne possiede al mondo.
Andrea Fulvio, scrittore antiquario e archeologo, vissuto a cavallo dei secoli XV e XVI, nel suo Antiquitates Urbis (1527) ne ricorda molti di più presenti nell’Urbe, ma purtroppo non abbiamo, allo stato attuale, nessuna possibilità di verificare l’esattezza dei suoi dati.
Tra le altre città del mondo che posseggono questo particolare tipo di monumento eretto in luogo pubblico, ricordiamo Istanbul, che ne possiede cinque, mentre Londra, Parigi e New York ne hanno uno ciascuna. Quelli di Londra e New York, del XV sec. a.C., sono gemelli e provengono dal tempio del Sole in Eliopoli.
Prima di descrivere le singole vicende particolari dei tredici obelischi di Roma, sarà opportuno premettere qualche sintetica nota generale sul significato religioso dell’obelisco, sulla tecnica di realizzazione, sui sistemi di erezione. Alcune considerazioni restano ovviamente delle pure ipotesi, anche se con grande probabilità di aderenza al vero. Infatti, mentre possediamo documenti scritti - spesso gli stessi geroglifici incisi su alcuni obelischi - sul faraone, o i faraoni che eressero il monumento e la relativa dedica religiosa, nulla di scritto ci è pervenuto sull’aspetto tecnico di questo particolare tipo di monumento. Perciò, è opportuno ribadirlo, le tecniche di realizzazione e di erezione sono solo ipotesi di studiosi, anche se estremamente probabili, soprattutto quando fondate su dati materiali.

Cominciamo col chiarire che il termine obeliscus, usato dai Romani, è la trascrizione del greco obeliskos, a sua volta diminutivo di obelos (spiedo), mentre nell’antico egizio questo tipo di monumento era indicato con tekhenu, vocabolo la cui etimologia non è stata ancora chiarita dagli studiosi. Per gli Arabi il termine era messalah, anch’esso allusivo alla forma, poiché questo è il nome dato ad un grosso ago. E in effetti l’obelisco è un monolito a sviluppo decisamente verticale, a quattro facce, rastremato verso l’alto e terminante a punta con una cuspide a forma di piramide, detta appunto pyramidion.

Riguardo alla funzione dell’obelisco, è concordemente affermato, tanto dagli scrittori antichi (soprattutto Plinio il Vecchio) che dagli studiosi moderni, che esso è un monumento caratteristico del culto del dio Sole, ed infatti non è una pura coincidenza che i primi obelischi siano stati eretti ad Eliopoli, la città del Sole, ad opera dei faraoni della V dinastia (2494-2345 a.C.), e collocati a coppie ai lati dell’entrata dei templi, e che durante la XVIII dinastia (1570-1320 a.C.), periodo di altissima civiltà e ricchezza dell’Egitto, le cuspidi degli obelischi venissero ricoperte d’oro o di metallo dorato, a riflettere i raggi del sole.

Per quanto riguarda la tecnica di costruzione, il trasporto al luogo di destinazione, scelto in genere dal faraone, ma talvolta da un alto dignitario, e l’erezione, se si tiene conto soltanto della tecnologia di quei secoli sembrerebbe trovarsi dinnanzi a dei prodigi. In realtà, come sinteticamente vedremo, la realizzazione delle varie fasi è dovuta soprattutto alla grandissima abbondanza di mano d’opera disponibile. Con ciò, tuttavia, non si vuole affatto minimizzare la complessità e la difficoltà di realizzazione dell’obelisco, dallo scavo della pietra all’erezione.

L’obelisco incompiuto di Aswan, tuttora visibile, - che se fosse giunto a compimento sarebbe stato, con i suoi 42 metri circa di lunghezza e i 4 metri di lato alla base, il più grande del mondo - ci permette di fare alcune considerazioni per quanto riguarda il distacco dei monoliti dalle loro cave di pietra (prevalentemente granito rosso o nero, quarzite, basalto). Sembra di poter affermare che, una volta identificata, con scavi di sondaggio, una zona di roccia compatta e senza fratture, idonea per l’estrazione del monolito, si procedeva all’eliminazione della parte superficiale con un sistema di caldo-freddo (applicazione di mattoni roventi, seguita da raffreddamento con acqua) che provocava la frattura superficiale della roccia, il cui materiale di risulta veniva asportato fino a raggiungere la vena di roccia compatta. Si procedeva poi, con la stessa tecnica a scavare le trincee laterali e infine il grosso blocco veniva staccato al di sotto dalla vena principale.
Queste fasi, visto che il metallo più duro conosciuto dagli Egizi era il rame, sono rimaste a lungo un mistero per gli studiosi, considerata anche l’estrema levigatezza raggiunta nelle superfici laterali ad opera finita, oltre all’incisione dei geroglifici, impossibili da realizzare sul granito con scalpelli di rame.
L’obelisco incompiuto di Aswan ha permesso ora di chiarire con estrema probabilità il modo in cui sono state superate queste difficoltà. Infatti, nei pressi dell’antico cantiere sono stati trovati ammassati un gran numero di ciottoli di una roccia dura (dolerite), selezionati secondo la forma (ovoidale) ed il peso (mediamente intorno ai 5 kg) e trasportati ad Aswan da un’altra zona del deserto che ne è ricca, forse il letto di un antico fiume. Questi ciottoli venivano fissati ad una specie di ammanicatura di legno pesante ed utilizzati come percussori, sul tipo di quelli che un tempo si usavano per livellare, appunto percuotendoli dall’alto, i “sampietrini” di selce delle strade di Roma (sembra di poter supporre, però, che la tecnica caldo-freddo possa essere stata usata in ausilio alla percussione). Ciò è confermato dal fatto che le trincee laterali non presentano tagli netti, ma spigoli arrotondati. Si immaginino centinaia di operai che lavoravano a gruppi di tre, due che sollevavano il percussore più un terzo accoccolato che dirigeva il colpo nel punto giusto, a volte per mesi, probabilmente accompagnandosi con canti ritmati per coordinare i movimenti, come ancora oggi si usa in certe zone dell’Africa (in un obelisco da lei eretto a Karnak, la regina Hatscepsut ricorda che ci vollero sette mesi per la sua estrazione, a partire dall’inizio degli scavi). Era, come si è detto, l’abbondanza di manodopera che permetteva di ottenere i risultati voluti, con un lavoro faticoso e lento nel procedere.

Sempre mediante percussione, ma in questo caso laterale, si procedeva a staccare la faccia inferiore del monolito, creando dei cunicoli sotterranei che venivano riempiti provvisoriamente con travi di legno disposte in senso ortogonale rispetto alla lunghezza del blocco.
Il trasporto dell’obelisco dalla cava fino alla riva del Nilo, per il caricamento sulla chiatta, che sarebbe stata trainata a destinazione da un gran numero di barche a remi, con centinaia di vogatori, era anch’esso un’impresa di non poco conto. Intanto, è stato calcolato (ENGELBACH) che per spostare una massa del peso dell’obelisco incompiuto (calcolato in 1168 tonnellate) su rulli di legno sarebbero occorsi seimila uomini, divisi in squadre trainanti quaranta funi di circa 18 cm di diamentro, e anche in questo caso l’abbondanza di manodopera sopperiva alla carenza di una tecnologia idonea; ma è legittimo sospettare che, anche ai nostri giorni, non sarebbe stata un’operazione semplice da portare a buon fine.
Una volta giunti a destinazione si doveva procedere all’erezione, per l’esecuzione della quale si sono avanzate diverse ipotesi, la più convincente delle quali sembra quella proposta dal francese H. CHEVRIER che immagina la soprelevazione di un pozzo a imbuto, intorno ad una base di accoglimento in pietra, lungo il quale far scivolare lentamente l’obelisco inclinato, sottraendo sabbia al di sotto mediante gallerie sotterranee.

* * *

A Roma possiamo dire che nel XVIII secolo quasi tutti gli obelischi più grandi fossero già stati fatti erigere dai Papi, per cui soprattutto nelle incisioni calcografiche in volumi o sciolte, che era il mezzo più diffuso di circolazione delle mirabilia Urbis, ma anche nei dipinti con vedute di Roma, sia realistiche sia di capriccio, è facile trovare rappresentati gli obelischi. E a questo non poteva certo mancare Gian Paolo Pannini (Piacenza 1691 - Roma 1765) - o Panini, come si firmava - che del capriccio di rovine romane fu il massimo esponente. (E’ opportuno ricordare che la moda del “capriccio”, che tanto successo di collezionisti italiani e stranieri incontrò nel Settecento, consisteva nel dipingere in un’unica veduta monumenti antichi rappresentandoli vicini gli uni agli altri, anche se nella realtà erano addirittura di città diverse. Nel caso di Roma, ovviamente, c’era soltanto da scegliere.) Di Pannini abbiamo anche una curiosa caricatura, eseguita da Pierleone Ghezzi nel 1745, in cui il pittore viene rappresentato sullo sfondo di un obelisco costruito per una “macchina artificiale”, dal medesimo progettata nello stesso anno per piazza Farnese, in onore delle nozze del Delfino di Francia con l’Infanta di Spagna Maria Teresa.

 


Roma, 16 Maggio  2005

 

 

 

 

 

 

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Ingegneri al lavoro

 

 

 

 

 

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Erezione di un obelisco

 

 

 

 

 

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Ubicazione a Roma degli obelischi

 

 

 

 

 

 

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Obelisco in un "capriccio"

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