L'OBELISCO LATERANENSE (I Parte)

di Gianni D'ANDREA

 

L’obelisco eretto nella piazza di San Giovanni in Laterano, oltre ad essere il più alto, è anche il più antico come epoca di realizzazione tra gli obelischi romani. Misura m. 32,16 ed il suo peso è calcolato sulle 455 tonnellate. All’origine doveva essere leggermente più alto, poiché la sua cuspide si presenta mutila nella parte terminale. Esso fa parte di una serie di obelischi eretti durante il regno del faraone Tutmosi III (1504-1450 a.C., XVIII dinastia), come gli esemplari di New York, Londra e quello dell’Ippodromo (Piazza dei Cavalli) di Istanbul.

Il granito rosso di cui è formato è molto simile a quello del già nominato obelisco incompiuto di Aswan, per cui è legittimo supporre che provenga dalla stessa cava.
Sul monolito possediamo una notevole quantità di notizie, parte delle quali ricavabili dalle stesse iscrizioni geroglifiche che riguardano Tutmosi III e suo nipote Tutmosi IV (1425-1417 a.C.). Per le vicende del suo trasporto ad Alessandria, e di qui a Roma e della sua erezione nel circo Massimo, abbiamo addirittura una fonte coeva in Ammiano Marcellino, storico vissuto nel IV secolo d. C. Per quanto riguarda infine il suo ritrovamento e la nuova erezione nel XVI secolo nel sito attuale, possiamo, anche in questo caso, avvalerci di fonti contemporanee.
Ma nell’esaminare i dati storici ed epigrafici, sarà opportuno descrivere l’obelisco come si presenta all’occhio dell’osservatore.

A partire dall’alto, sotto la cuspide sormontata ora dalla croce, ma in origine rivestita di lamine auree, sono raffigurate scene con il faraone che riceve benigno omaggio da Ammun-Rah, il dio Sole. Subito al di sotto e inserite in riquadri, altre quattro scene con il faraone che offre doni al dio. L’iscrizione geroglifica sottostante, sempre sui quattro lati, è su tre colonne. Quella centrale, la più antica, ricorda l’erezione dell’obelisco da parte di Tutmosi III, ed è così interpretata: “Egli (Tutmosi, n.d.a.) volle come suo monumento per suo padre Ammun-Rah, signore dei Troni delle Due Terre (cioè l’Alto e il Basso Egitto, n.d.a.), l’innalzamento di un obelisco singolo nel cortile superiore del tempio presso Karnak, nella prima circostanza di erigere un obelisco singolo in Tebe”. (La scritta testimonia l’uso della dedica di obelischi gemelli, essendo invece questa la prima volta in cui ne viene dedicato uno singolo.)

Le colonne di iscrizioni laterali sono state aggiunte da Tutmosi IV. Una di esse ricorda che l’obelisco rimase “nelle mani degli operai” per trentacinque anni, giacente a terra a lato della fabbrica del tempio. Un’altra elenca le costruzioni e le opere di abbellimento fatte eseguire dallo stesso Tutmosi IV a Karnak. Un’altra ancora ci informa della collocazione dell’obelisco presso il portale superiore del tempio di Karnak, di fronte alla città di Tebe.

Al di sotto delle colonne di geroglifici, si trovano alcune iscrizioni di imitazione del geroglifico, e comunque non egizie. Probabilmente esse furono aggiunte nel XVI secolo per uniformare al resto la nuda pietra di restauro della base.

Fin qui, in sintesi, le informazioni che è possibile ricavare dalle iscrizioni. Le notizie successive pervengono, dopo un salto di quasi due millenni, da una fonte contemporanea ai fatti. Ammiano Marcellino (330-400 d.C.) è storico di grande serietà di metodo, quindi estremamente affidabile; inoltre è vissuto, come si è detto, all’epoca delle vicende che egli stesso racconta. Tra l’altro, fu anche ufficiale alla corte di Costanzo II, l’imperatore che volle l’obelisco a Roma, figlio e successore di Costantino.

L’opera di Ammiano, i Rerum gestarum libri XXXI, ci è pervenuta mutila dei primi diciassette libri ma, fortunatamente per il nostro caso, ciò che ne rimane narra con dovizia di particolari gli avvenimenti a lui contemporanei. Egli racconta di avere assistito all’erezione dell’obelisco e, in una delle digressioni che gli sono abituali, ricorda che già Augusto aveva avuto l’idea di trasferirlo da Karnak a Roma, ma di avervi rinunciato, e non tanto per l’onerosità e le difficoltà dell’impresa, quanto per la paura di suscitare l’ira del dio Ammun-Rah. Comunque, circa tre secoli dopo, l’imperatore cristiano Costantino (274-337 d.C.), che non poteva certo nutrire simili superstizioni, aveva dato l’ordine di rimuovere il monolito per trasportarlo, via Nilo, ad Alessandria e di qui a Costantinopoli, la “Nuova Roma” da lui fondata. In effetti si realizzò soltanto la prima parte del progetto, con la rimozione - non senza danni per i monumenti circostanti e per il basamento originale, che andò distrutto - ed il trasporto ad Alessandrina. A causa della morte di Costantino, l’obelisco rimase nel porto della città per una quindicina d’anni. Morto Costantino nel 337, suo figlio Costanzo (337-361) ne cambiò la destinazione finale e, poco prima del 353, decise di farlo trasportare a Roma. (Dal momento che Costanzo era Augusto per la pars Orientis, rimane in ogni caso oscuro il motivo per cui preferisse inviarlo a Roma anziché a Costantinopoli.)

Ammiano racconta tutte le difficoltà dell’impresa e la costruzione della gigantesca nave-zattera con trecento vogatori che affrontò le onde del Mediterraneo fino alla foce del Tevere, che fu risalito per qualche miglio. Qui ci fu ancora una sosta forzata perché l’imperatore Costanzo, venuto da Costantinopoli per domare una rivolta causata da un usurpatore del titolo imperiale, Magno Magnenzio, già ufficiale dell’esercito di Gallia, che aveva fatto assassinare Costante, legittimo Augusto per la pars Occidentis, dovette anche affrontare un’invasione di barbari e non ebbe tregua fino al 357.
In una sosta a Roma (il suo quartiere generale era a Milano, proprio per essere più vicino al teatro delle operazioni militari contro i barbari) Costanzo inaugurò quell’anno stesso nel circo Massimo l’obelisco, collocato sulla spina centrale, a riscontro di un altro fatto lì erigere da Augusto circa tre secoli e mezzo prima. Costanzo colse così la doppia opportunità di celebrare le sue vittorie militari e di lasciare un segno personale nell’Urbe.

 


Roma, 28 Giugno  2005

 

 

 

 

 

 

L'obelisco lateranense

 

 

 

 

 

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