LA FORTEZZA DI RADICOFANI E GHINO DI TACCO
testo e foto di Gianluca MILIGI

 


Al confine meridionale della splendida Val d’Orcia - nella provincia di Siena -, sulla naturale base di una piccola montagna ricoperta di alberi e vegetazione, si erge la città di Radicofani con la sua Rocca-Fortezza (Castello). Essa, con la sua Torre principale, inconfondibile, si stacca in modo assai suggestivo sulla linea dell’orizzonte ed offre uno straordinario punto di osservazione sulla Valle, sul Monte Amiata, l’Appennino, e i laghi Trasimeno e di Bolsena. La costruzione del Castello è da attribuire ai Carolingi, e risale al lontano e ombroso IX secolo. Per poco meno di due secoli, dal 978 al 1153, la Fortezza fu possesso dei Monaci dell’Abbadia di San Salvatore, per essere poi riscattata dallo Stato Pontificio. Il Papa Adriano IV ne comprese appieno l’importanza della posizione per fini strategico-difensivi: il Castello domina infatti la “Via Francigena”, la quale conduceva dalla terra di Francia fino a Roma (oggi coincide per diversi tratti con la Via Cassia). Il Papa ne potenziò le fortificazioni per contrastare l’avanzata del nemico Federico Barbarossa.

Le vicende della Fortezza furono poi strettamente legate al “personaggio” Ghino di Tacco, che la sottrasse alla Chiesa di Roma e fu per tre anni (1297-1300) signore incontrastato della città fortificata di Radicofani. In seguito tornò nelle mani dello Stato Pontificio; divenne poi oggetto di continui tentativi di conquista da parte della Repubblica di Siena, che riuscì ad impadronirsene nel 1411. Venne ristrutturata dai Senesi, che la ricevettero formalmente in dono, nel 1458, da Papa Pio II, Enea Silvio Piccolomini (il Papa umanista che fondò la “città ideale” di Pienza tra il 1459 e il 1462).

Certamente controversa, ma sicuramente interessante fu la figura di Ghino (Ghinotto) di Tacco, presentato da alcuni come castigatore di ingiustizie e di potenti o, da altri, semplicemente come audace bandito. Egli nacque a Torrita (è incerta la datazione di nascita) dalla famiglia Cacciaconti Monacheschi Pecorai, una delle famiglie dei grandi di Siena. In seguito ad alcuni furti e rapine, il padre Tacco e il fratello furono, in maniera controversa, condannati e giustiziati. Ghino venne cacciato dalla sua città e passò alcuni anni come brigante nel territorio della Maremma. Egli era uomo di «grande di statura, membruto e robustissimo» (Landino) e senz’altro dotato di un insolito coraggio. Lo sguardo fiero e la postura decisa, con la mano che stringe l’elsa della spada confitta in terra, sono ritratti in una sua statua a Radicofani (vedi foto...).

Ghino di Tacco viene menzionato da Dante nel canto VI del Purgatorio (canto noto per la figura di Sordello mantovano e per l’invettiva dantesca contro l’Italia e Firenze), ove si incontrano le anime di coloro che sono morti “per forza”, ossia di morte violenta. Egli viene citato per aver ucciso Benincasa da Caterina, Arezzo: «Quiv’ era l’Aretin che da le braccia fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte». Benincasa, che fu podestà di Bologna, era un noto giureconsulto del tempo; ricoprendo la carica di giudice, emise le condanne contro i parenti di Ghino. Per consumare la sua vendetta, questi si presentò a Roma, al comando di quattrocento uomini, facendo irruzione nell’aula del Tribunale in cui sedeva Benincasa come giudice in un processo. Ghino si scagliò contro di lui e con un colpo di spada ne recise la testa; al suo ritorno a Radicofani la fece issare, come una sorta di monito, sull’estremità della Torre della Rocca.

Questo estremo gesto costò al ghibellino Ghino, che, come detto, aveva sottratto Radicofani al controllo dello Stato Pontificio, l’ostilità del Papa Bonifacio VIII (protagonista in negativo del notissimo episodio del cosiddetto “schiaffo di Anagni” con Filippo IV il Bello, re di Francia). Delle vicende che condussero alla riconciliazione con il Pontefice (Ghino fu poi anche nominato Cavaliere di San Giovanni e Friere dello Spedale di Santo Spirito) narra Boccaccio nel suo Decameron. Ghino di Tacco è infatti protagonista della “Novella seconda” della “Giornata decima” dell’opera . Nel “riassunto” della giornata si legge: «Ghino di Tacco piglia l'abate di Clignì [Cluny] e medicalo del male dello stomaco e poi il lascia quale, tornato in corte di Roma, lui riconcilia con Bonifazio papa e fallo friere dello Spedale».

Al di là della vicenda narrata da Boccaccio, interessante èla presentazione che egli fa del personaggio, del suo carattere e delle sue più note imprese. «Ghino di Tacco, per la sua fierezza e per le sue ruberie uomo assai famoso, essendo di Siena cacciato e nimico de' conti di Santa Fiore, ribellò Radicofani alla Chiesa di Roma, e in quel dimorando, chiunque per le circustanti parti passava rubar faceva a'suoi masnadieri.» . Il luogo della morte di Ghino, avvenuta nel primo ventennio del Trecento, è incerto: alcuni dicono Roma, mentre Benvenuto da Imola lo vuole assassinato a Sinalunga, nel tentativo di sedare una rissa tra fanti e contadini.


 

Roma, 15 Novembre  2004  

  


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Un paesaggio in Val D'Orcia 

 

 

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La statua di Ghino di Tacco

 

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La torre nera della Rocca di Radicofani 

 

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La fortezza di Radicofani 

 

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